PAGATE FRATELLI: il terrore dei frati cappuccini

La storia dietro il film
È una tra le storie più nere di cronaca giudiziaria vissute in Sicilia tra gli anni Cinquanta-Sessanta. Quattro frati del convento francescano di Mazzarino; Padre Venanzio (al secolo Liborio Marotta, 36 anni, di Mazzarino), Padre Agrippino (Antonio Ialuna, 35 anni, di Mineo) Padre Carmelo (Luigi Galizia, 81 anni, di Mazzarino) e Padre Vittorio; guardiano del monastero; (Ugo Bonvissuto, 40 anni, di Gela) furono arrestati il 16 febbraio 1960 su mandato della Procura della Repubblica di Caltanissetta; dopo che una guardia municipale li denunciò sostenendo di essersi ribellato a una richiesta estorsiva; e, quindi, accusati di estorsione, violenze, concorso in omicidio e associazione per delinquere. Una storia fosca scritta da Renzo Gatto e Daniele Russo dalla quale il regista Mazzarinese Salvatore Bonaffini ha realizzato il film con un cast che schiera Salvatore Lazzaro, Luigi Maria Burruano, ed anche Tony Sperandeo, Alfredo Li Bassi, Orio Scaduto, Benedetto Lo Monaco e Alberto Molonia nel ruolo dei quattro frati che nel 1960 vennero incriminati e condannati a 13 anni di carcere.
Un film tutto siciliano, interamente autoprodotto e girato tra Mazzarino e il carcere di Villalba tra le difficoltà e il dissenso della chiesa.
Scatto del 1962 che riprese l’uscita dal carcere di Catania dei frati di Mazzarino. I frati erano, come dire, più fedeli alla lira, che alla parola di Cristo; già, perché chiedevano il pizzo. E a chi non pagava, mandavano un paio di sgherri a sparare.
Il primo ad essere oggetto delle loro attenzioni fu un superiore, Padre Costantino, provinciale dei francescani, che pagò. Seicentomila lire dei tempi, non proprio uno scherzo. Il secondo a cui andarono a batter cassa fu Angelo Cannada, un proprietario terriero che si rifiutò di pagare. E loro, visto che “Dio perdona, ma io no” replicarono a colpi di doppietta. Solo Padre Venanzio e Padre Agrippino scontarono tutti e tredici gli anni cui furono condannati. Frà Carmelo morì il 12 dicembre 1964.
Ancora oggi, girando per i corridoi del convento si ha l’impressione di rivivere gli ambienti descritti da Umberto Eco nel romanzo “In nome della rosa”: affreschi di oltre trecento anni fa; libri catalogati con certosina cura, con la polvere che sembra preservarli dal male.
La struttura fu edificata agli inizi del XII sec., con le celle che si affacciano sul chiostro interno, dove si trova un pozzo costruito con pietre scolpite e circondate dai rami di un rogo rampicante senza spine che esiste solo ad Assisi e Mazzarino (molti hanno tentato di trapiantarlo ma non ci sono riusciti). all'interno è conservata un'opera di pregevole fattura: l'Altare Maggiore, realizzato in legno di ciliegio e olivo con raffinati intarsi in osso, avorio, tartaruga, madreperla e radici di rosa. annessa alla chiesa si trova una biblioteca nella quale sono custoditi più di 10.000 volumi, alcuni dei quali particolarmente preziosi e antichi.
U Cannuni
Mazzarino è stata dichiarata centro d’arte e può offrire al turista diversi spunti per una visita, come il castello, noto come “U Cannuni”, con l’unica torre cilindrica, quasi “cannone”, che si erge verso il cielo.
Di origini romano-bizantina, il castello subì nel corso dei secoli numerosi rifacimenti. La struttura attuale si deve alla seconda metà dl XV secolo ed è stata proprietà della nobile casata dei Branciforti dal XIII secolo fino al 1812. Questi però abitarono il castello soltanto fino al XVI secolo quando, ottenuto il titolo di conti e non essendoci più esigenze difensive, lasciarono l’antica abitazione feudale per trasferirsi nel palazzo fattosi costruire nel centro del paese. Il castello di Mazzarino racchiude tutta la grandiosità, la maestosità e l’impostazione architettonica tipica dei castelli federiciani, come il castello Ursiono e il castello Maniace.
Esso presenta una base rettangolare e le sue torri, in origine quattro, erano tutte cilindriche e poderose. Le due torri poste ad est erano più piccole, mentre quelle esposte ad ovest risultavano più grandi e massicce; tutti e quattro i torroni erano poi rifiniti e collegati da merli e non se ne contavano meno di cento.
Esso presenta una base rettangolare e le sue torri, in origine quattro, erano tutte cilindriche e poderose. Le due torri poste ad est erano più piccole, mentre quelle esposte ad ovest risultavano più grandi e massicce; tutti e quattro i torroni erano poi rifiniti e collegati da merli e non se ne contavano meno di cento.
La Chiesa del SS. Crocifisso dell’Olmo
Questa chiesa, risale al V secolo d.C.; ed è stata restaurata dai Normanni tra il X e XI secolo. Ma il nome “Signore dell’Olmo” deriva da una leggenda.
Si racconta, infatti, che il Crocifisso fu oggetto di attenzioni da parte di un gruppo di ladri provenienti dalla vicina Piazza Armerina. Uno di questi, poco prima di entrare, piantò una verga di legno di olmo davanti la porta della chiesa, ma questo poco dopo iniziò a germogliare, quasi per miracolo, diventando albero.
I malavitosi, uscendo dalla chiesa, pensarono di trovarsi da tutt’altra parte poiché davanti alla chiesa, entrando, non avevano visto alcun albero, così, spaventati, lasciarono la refurtiva e si diedero alla fuga.
Con il passare del tempo, l’albero crebbe ancora fino a quando nel 1880 l’allora rettore della chiesa, lo fece estirpare per rendere la chiesa più areata.
Il Crocifisso in legno custodito all’interno di un fercolo di ferro battuto, viene portato in processione a spalla da uomini scalzi e nudi coperti soltanto da un saio bianco, per alcune vie del paese la seconda domenica di maggio. Questa tradizionale processione, fu introdotta quando il terribile terremoto dell’11 gennaio 1693, devastò gran parte della Sicilia, risparmiando il paese da gravi disastri.
Durante la processione, al passaggio del SS Crocifisso, i fedeli dai balconi, lanciano sul fercolo delle collane di margherite gialle, "sciuri di maiu", appunto. Molte persone seguono la processione a piedi scalzi, per devozione o per grazie ricevute.
La festa si celebra a maggio, in riferimento all’antico uso della Chiesa cattolica di festeggiare l’Inventio Crucis, cioè il ritrovamento della croce di Cristo, avvenuta a Gerusalemme il 3 maggio del 326 d.C. Proprio a maggio, inoltre, la terra torna a rivivere grazie ai fiori che sbocciano e ai nuovi frutti che nascono, dunque, proprio il fiore, quale simbolo della primavera e di rinascita, accompagna la festa del Signore dell’Olmo e i mazzarinesi sono soliti allestire con fiori balconi e strade.

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